venerdì 28 marzo 2025

SALINA


“Se vogliamo che tutto rimanga com’e’, bisogna che tutto cambi!”.
 Era scritto così e son trascorsi 50 anni ma la mia città sembra senza memoria: le strade, i palazzi e la vita che vi scorre dentro, tutto apparentemente slegato da un passato ogni giorno più lontano. Misconosciuto. Palermo vuole dimenticare, brucia le sue stagioni e lascia che i frammenti della sua storia millenaria restino sparsi in giro tra i vicoli, le piazze, il mare il cielo e le chiese: li raccolga chi vuole e ne faccia ricordo se vuole, storia se può, ma non per gli abitanti. Essi non sanno o fanno perfettamente finta di non sapere, trascendono e corrono via come chi troppo ha avuto e naturalmente tutto spreca. Sono arrivato qui nel pomeriggio silenzioso di questa giornata di festa con la testa e gli occhi pieni di immagini di uno stato, una repubblica cui vorrei essere più affezionato ma non sono sicuro di riuscire a rappresentare il distacco, il vuoto in cui risuonano i miei passi in questa piazza Croce dei Vespri di fianco al convento di S. Anna. Vi sono molti luoghi in quest’isola che respirano l’aria di eventi letterari; luoghi che altrove sarebbero “abbelliti” e rispettati come fulcro di un’esperienza artistica e umana fuori dal comune. Penso a certe strade di Siracusa per Elio Vittorini o di Modica per Salvatore quasimodo, a certi cieli sopra Marzameni o Catania per Vitaliano Brancati, a certi orizzonti dinanzi alla valle dei templi di Agrigento per Luigi Pirandello. Qui davanti alla facciata di palazzo Ganci è normale pensare alla sintassi esemplare di un libro che è stato un caso letterario famoso: la fama e il successo planetario postumi, la stessa logica culturale sociale dell’intera città, Palermo non si cura di sè nemmeno nei suoi rappresentanti istituzionali, la capitale non ha memoria pare che non ami e lascia che il tempo la divori. Nel novembre del 1958 usciva postumo“Il Gattopardo” e agli inizi degli anni 60 Luchino Visconti ne traeva un’interpretazione cinematografica che resterà un “cult” del cinema mondiale. Non c’è gloria visibile in quest’angolo del centro storico di Palermo: il palazzo come il libro e, per certi versi il film, è ricoperto da un oblio lento e inesorabile. Lo stesso che percepiva come ineluttabile il principe Salina durante il ballo a palazzo Ponteleone. Qui fu girata la scena memorabile del ballo col valzer inedito di Verdi, gli stucchi, gli specchi e l’immensa sala pavimentata con ceramiche di Caltagirone. E’ tutto come allora, dentro il palazzo: la principessa Carine Vanni Mantegna può ancora spalancare la porta su una sala piena solo di echi lontani perché, è curioso, ma la lettura e la visione di questi luoghi ha un senso compiuto solo attraverso una comprensione storico sociale attenta di ciò che fu ed è. Evidentemente lo snobismo altero dei gattopardi siciliani riesce ancora a isolare in un perfetto riserbo i visi e le idee, l’aria e lo spirito della loro indolente sicilianità. Nessuna parola renderà mai il senso del bello e dell’inutile che trasuda da questi ambienti. Burt Lancaster, il principe Salina, se ne era impregnato per mesi, ospite di quell’alta società palermitana che fece poi da comparsa nel film per evitare di perder tempo, come volle Visconti, a insegnare il perfetto baciamano agli attori. E tutto insieme il palazzo, i suoi arazzi e i suoi splendori stanno qui in un’atmosfera rarefatta che io non riesco in nessun modo a far combaciare col resto di questa giornata.
C’è un’asincronia culturale profonda tra il mio sud che si affaccia su piazza dei Vespri e l’Italia di piazza Montecitorio e quella ancora della Milano di Belusconi e Salvini. Ma probabilmente sono io ad essere fuori tempo e fuori luogo: a chi può importare del 1860, di Garibaldi e di palazzo Ganci? Sto lì, fermo a farmi divorare dai miei pensieri, in fondo sono tornato in questi luoghi per tale motivo. Una turista mi chiede con la piantina in mano: “piazza S. Anna?” E’ francese dall’accento; “ Sì madame è questa, se cerca la galleria d’arte moderna è proprio lì alle sue spalle” La signora annuisce ma, un po’ interdetta, guarda il palazzo… “ E’ palazzo Ganci…Visconti, il Gattopardo…ricorda?” Sì, sta ricordando, ha una strana luce negli occhi, chiama il marito,“ Paul, Paul, vien, ici, ici”.
La saluto: buona permanenza a Palermo madame. Qui tutto cambia perché nulla cambi veramente.

martedì 25 marzo 2025

TIPI DA AMARE

Nessuna certezza? Tutte le certezze!
I maschi son tutti facilmente conquistabili: non ne ho conosciuto uno che sia uno che non fosse disposto a una serie di pazzie solo per due gambe ben accavallate. Per gli uomini la faccenda è un po’ più complessa, soprattutto se sono giovani e credono che il mondo sia alla loro portata. Inevitabilmente finiscono per considerare le donne alla stregua di un bellissimo paesaggio, di una contrada lussureggiante da “colonizzare” appunto. Forse sono costoro i “colonizzatori dell’anima” ai quali una certa letteratura si riferisce. Ma le certezze finiscono qui, dopo comincia il territorio degli uomini feriti, col pene in diretta comunicazione col cervello, il territorio degli uomini che non hanno mai dimenticato di essere stati donna. Per costoro non esistono donne impossibili da conquistare: semplicemente esistono le donne e le si sceglie guardandole negli occhi, attraverso i movimenti delle loro mani, delle labbra, del seno, annusando l’aria che le circonda e annullando in breve tempo tutti i giochetti che coprono il profumo vero di un incontro. Per questo genere d’uomini è difficile incontrare una donna “adeguata”: gusti troppo difficili, naso troppo fino, testa non in vendita, eccessiva sincerità, il proprio seme non barattabile, un carattere impossibile insomma. Questi, però, non pensano mai che sia fatta, nemmeno durante un coito, ma amano osare perchè la solitudine a volte è difficilmente gestibile. Restano soli e soli muoiono come sono vissuti, sorridendo all’idea di quelle poche donne che si sono fermate per qualche tempo a dirsi d’amore con sensuale fragranza. Non so perchè ma credo che anche loro, infine, diventino tipi da non amare.

Noto, ragione e magia

Noto è stata fatta di ragione e di magia: la ragione è quella delle linee dritte, della simmetria, della prospettiva ingegnosa che crea luoghi deputati al movimento e alla vita. La magia, quella scaramantica, dovuta alla creazione di ornamenti visti come dal tremore di un terremoto. Non so perchè ma ho sempre avuto l’idea che fosse questo lo scopo dell’architettura di questa città: dare movimento e fuga ai palazzi scongiurandone così, magicamente, la distruzione. Potrò mai dire quanto possa trasfigurarsi l’animo umano dentro la gioia e la magia di questo connubio di costruzione e immagine, di struttura e ornamento, di ritmo e melodia? 
E’ questa la ragione di tutto quel che ho scritto in questi anni: la ragione e la fantasia, la logica imperiosa e il magico incontrollabile. So che è qui la chiave fra prosa e poesia che mi racconta della vita e dell’universo, “di questo incessante cataclisma armonico, di quest’immensa anarchia equilibrata” (L. SCIASCIA) 

domenica 23 marzo 2025

La pace al tempo dei blog

Placarmi un tempo mi appagava di più: mi restituiva la misura mia, il giusto senso del ritmo della mia esistenza. Non eliminava i motivi della discordia nè le basi ideologiche profonde di essa, le portava soltanto su un piano diverso e le mondava da inutili e controproducenti eccessi. Era così un tempo e così era, ma forse sbaglio, il mondo degli uomini che mi circondava. Non c’era internet, l’anonimato era relegato a ridicoli fogli bianchi scritti a stampatello o con caratteri trasferiti da altre fonti; al di fuori di ciò c’era il guardarsi in faccia o il non parlare del tutto.

giovedì 20 marzo 2025

Dicotomia

Non mi sono arreso ma questo non elimina la mia sconfitta nell’altra vita, là dove tra i 18, i 38 o i 60 la differenza esiste ed è palese. Cerco di vivere questa e quella, anzi ho provato talvolta a essere poligamo e farle risiedere entrambe vicino al cuore. Non ci sono riuscito, le due signore sono litigiose e incompatibili l’una all’altra, non ho alternative a questa dicotomia.

mercoledì 19 marzo 2025

A PALERMO IN PRIMAVERA UN THE IN SALOTTO E IL FUTURO IN AGGUATO

Maggio 1979.Prima di andarmene a cercare altrove quello che avevo considerato perso qui. 

Dal balcone di casa mia si vede il mare; il golfo, per intero, dall'Addaura all'Aspra, l'ho sempre davanti agli occhi. E' un invito perenne a partire: non so quando lo prenderò sul serio, so soltanto d'essere diventato una corda di gomma, estensibile a piacere, adattabile a varie misure. Niente e nessuno può raggiungermi, io ho ancora paura! Trascino le mie giornate, in pratica faccio solo questo, però so darmi un tono. Sono poche le persone che sanno veramente di me, che conoscono la ferita e non scambino la mia indecisione per riservatezza.
Ho ripreso in mano i libri di medicina con risultati più miserevoli di prima: mi manca una vera motivazione e poi non sopporto più nulla dell'ambiente universitario, dalle aule ai docenti, alle lezioni, ai discorsi con i colleghi… la verità profonda è che non accetto più me stesso e ciò è estremamente pericoloso. Mi sento "giusto" solo quando trasmetto in radio, è ridicolo, a volte me ne rendo conto, ma è così. Per riempire le settimane che non passano mai ho accettato gli orari più strani e i programmi fiume: riesco a reggere un'ora e mezzo di musica progressiva e alternativa assieme a Giovanni Russo, non è cosa da poco. Mandiamo gli Area, i Led Zeppelin, Klaus Schulze… c'è un pezzo che m'intriga parecchio e si chiama "concerto per una porta e un sospiro", a me pare ciò che più si avvicina al mio modo d’essere; il vero problema sta nel fatto che non riusciamo ad infilare gli stacchetti pubblicitari fra un brano e l'altro. Dolfo Miceli ci ha detto che la dobbiamo finire con sta' camurria, che se non mettiamo la pubblicità ce ne possiamo andare a fare gli alternativi sulla spiaggia di Mondello o dentro il cesso di casa nostra! Ieri sera riunione di redazione: Giovanni ed io all'ordine del giorno ( anche se è sera?! ). Ad un certo punto, per spiegare allo zotico le obbiettive difficoltà estetiche che abbiamo col genere di musica che trasmettiamo, gli facciamo sentire un magnifico pezzo di Philips Glass in cui l'artista, per dare maggior risalto all'emozione della musica che colma lo spazio vuoto del nostro animo, nel mezzo preciso dell'ellepì lascia otto minuti di assoluto silenzio. Dolfo ci guarda sbigottito, non può credere che nella sua radio siano trasmesse cose simili. - Voi siete scemi, totalmente pazzi! Ma vi rendete conto che la gente penserà che s'è interrotto il segnale, che è crollato il palazzo, che è morto il dee jay (lo spera ardentemente ). No, non si può ragionare con stronzi del vostro calibro ( è affranto ) voi mi manderete in…-. Si è bloccato all'improvviso e adesso ci guarda con occhi inspirati, vuoi vedere che abbiamo fatto breccia nel suo animo di gretto procacciatore d'affari? - Otto minuti, avete detto. Ma è perfetto, c'è perfino un margine di tempo. Ragazzi vi ho risolto il problema! La pubblicità la piazzate tutta dentro quegli otto minuti di silenzio-. Giovanni l'ha mandato affanc…io invece, che non ho nessuna voglia di abbandonare l'ambiente, mi sono scelto un'altra fascia oraria, adesso il mio cavallo di battaglia è il notturno da Radio Elle, 100,1 megahertz di magia stereofonica!
Di notte sto bene. Prendo i dischi e vi lascio scivolare sopra la puntina; miscelo la musica dopo averla scelta, divento tutt'uno con lei. Faccio solo ciò che mi piace e, dall'ultimo piano di questo palazzo, Palermo è tutta ai miei piedi, la musica in cuffia e le luci della città che bucano il buio. Da un po'di tempo mi succede di uscire fuori da me e di osservarmi: è come se un altro uomo si materializzasse accanto a me e poi, scostandosi di qualche metro, mi scrutasse con estrema attenzione a braccia conserte. Non ha un'età definita, ma mi conosce bene: non è crudele con me ma molto esigente e, soprattutto, ha l'aria di chi conosce già il finale. Ieri notte ha messo un braccio sulle mie spalle e, mentre i Jefferson Starship attaccavano " Miracles ", mi ha detto: - Devi parlare con tua madre invece di cercare interlocutori improbabili. Ti farà bene e poi non hai altre scelte.E poi te ne devi andare, insomma è chiaro che qui hai fatto il tuo tempo e ormai giri in cerchio. Guardala bene questa città, Enzo, fissati il suo ricordo nella mente perché dovrà bastarti per lungo tempo.- Parto e non mi accorgo che sto fuggendo.
Chiacchierare con mia madre: non conosco molte altre cose più dolci e piacevoli. La osservo, mentre mi parla dei suoi anni da universitaria…penso all'enorme fortuna di mio padre. Del resto non c'è nessuno che, dopo averla conosciuta, non le ab bia voluto bene per sempre. Devo confessare che una parte di me, la più pigra e infantile, da questa casa non se n'andrebbe mai. Non sarebbe magnifico mummificarsi fra queste stanze, crogiolandosi nel lutto per il mio amore infranto? - Ho fatto un po' di the, Enzo, te ne porto una tazza?- - Si, va bene. Così faccio una pausa con Patologia Generale- Arriva presto con il vassoio e tutto il resto; siede di fronte a me e, come al solito, ha già messo il succo di un intero limone nella tazzina. Sono stufo di dirle che il limone lo doso io, ho il dubbio che si burli di me. A volte è ancora una ragazzina. - A quando gli esami?- E' un po' timorosa nel chiedermelo. - Tra un mese.- Silenzio… - Ma tu, mamma, quanto impiegavi mediamente per un esame? - Non puoi fare questo tipo di paragoni, troppo diverse le materie e la struttura didattica degli atenei d'allora, non ti pare?- Ha detto proprio così, sembra una professoressa, in pratica esattamente quel che è; figuriamoci se non facevo la figura del cretino. Meglio cambiare argomento. - Che anni erano quelli della tua università?- - Fammi pensare…beh, subito dopo la fine della guerra, il '48-49. In facoltà eravamo quattro gatti sai. Ci si conosceva tutti, in fondo l'ambiente degli universitari era abbastanza ristretto.- - Vuoi sostenere che eravate un'elite?- - Si, lo eravamo…però ci mancava la coscienza sociale di esserlo, l'arroganza snobistica. Eravamo soprattutto giovani, Enzo, con una gran voglia di ridere, di amare. La guerra era ormai alle spalle.- Quando lo dice fa uno strano movimento con le mani: lo stesso di quando nomina la nonna e i fratelli che non ci sono più. - E così in quell'ambiente hai conosciuto papà, universitario come te.- Sorride, forse ha dimenticato i defunti. Lo spero, quello è un argomento terribile. Troppe ombre e ferite mai sanate, un rimpianto infinito. - E' vero, ma l'ambiente dei primi incontri fu la Parrocchia di Via Terrasanta. C'era una bella atmosfera, avevamo grandi idee, grandi sogni. Tuo padre faceva parte di una compagnia teatrale giovanile, dovresti fartele raccontare da lui alcune cose. Ma sai che, per un po' di tempo pensai che corteggiasse una mia amica? Invece cercava lei per arrivare a me, alla fine fu quell'altra ad aprirmi gli occhi.- - Quindi trascorrevi lunghi periodi a Palermo?- - Dipendeva da varie cose, la città era bellissima allora. Tu non puoi immaginare quanto, Enzo. Oggi, beh... oggi è quasi irriconoscibile. Se sapessi cos'era passeggiare di sera fra Via Notarbartolo e Viale Libertà, il profumo nell'aria, le signore eleganti, poche macchine…- L'ascolto senza interromperla. Ha una voce musicale, in casa non c'è nessuno e noi non abbiamo altro da fare che inseguire le immagini dei nostri pensieri. - Comunque gran parte degli amici e della mia vita era ancora legata al paese, ai compagni del liceo, ai parenti, agli amici di famiglia, Ti ricordi la signora Giannì? Abitava nella traversa dietro la Matrice, dove c'era la pasticceria di Don CocòVivona, prima del laboratorio d'orologeria di Giovannino Modica. E il dottor De Sabato? Tu l'hai conosciuto centenario, ma lui lavorò fino agli ottant'anni; lo rivedo mentre, durante la guerra, gira per il paese con il calessino per curare i feriti. Si era laureato alla regia università di Napoli, nella seconda metà dell'ottocento, a dirlo oggi sembra una cosa inventata. La moglie non l'hai conosciuta ma era un vero personaggio: la signora Totò che si piazzava davanti ai clienti del marito, dopo la visita per farli pagare perché il dottore… figuriamoci, lui se lo scordava sempre. Nella vecchia casa della nonna c'era una piccola porta che tu non puoi ricordare; metteva in comunicazione l'appartamento del dottore con il nostro. Lui così poteva venire quando voleva a visitarci, il palazzo era unico, lo sai. Poi sull'altro lato del corso, dopo la farmacia, ci abitava la vedova del pittore Gennaro Pardo. Restò vedova molto giovane, teneva sempre su un cavalletto in camera da letto… - La voce di mia madre è diventata un sottofondo: lei continuerà così a lungo ed io farò ogni tanto un cenno col capo, per non distrarla. Vorrei nasconderle che sono a spasso, per i fatti miei, per le strade di Castelvetrano; dobbiamo compiere due tragitti separati, tenendoci per mano. Su e giù per le vecchie scale della casa di mia nonna: ho nel naso gli odori, diversi piano per piano. Dallo studio fotografico, passando dal vecchio salotto, sino alla cucina, in cima a tutto. Dall'odore di sostanze chimiche in camera oscura a quello di gelsomino in salotto, per arrivare alla mitica pasta col sugo e melanzane fritte, un odore che vale un pranzo. Naturalmente nella mia mente in paese è sempre estate: il sole arroventa i marciapiedi e le cicale si sfiniscono nel loro perenne concerto. Nello studio dello zio entra un uomo minuto vestito di tutto punto:un bell'abito grigio, i pantaloni sorretti da bretelle la camicia chiara con una cravatta verde e, in fondo alla mano, un bastone leggero da passeggio col pomello d'avorio. Da come si muove si capisce che è di casa. - Professore Oliveri, sa' bbinidica. Come stiamo? La signora?- L'uomo risponde con grazia, la voce è minuta come il fisico. Si siede in poltrona con un movimento lieve ed elegante assieme, pare che non abbia peso. - Vicenzino, buongiorno. La signora sta bene…qualche piccolo acciacco. Lo zio Leone invece, lo hai sentito? Combatte, mischinu, con un brutto affanno…forse il cuore… La stagione s'è presentata molto calda, le campagne sono già assetate… Vicenzino, ma non è la figlia del commendatore Infranca quella nella foto in vetrina?- Il professore discute di queste banalità tranquillo, con un leggero sorriso sulle labbra mentre tormenta il pomello del bastone. Pian piano si esauriscono tutti gli argomenti: quelli familiari, meteorologici, di varia umanità. Resta un po' di cronaca cittadina: grande evento al Cine Teatro delle Palme, una compagnia di Palermo rappresenta"Il Trovatore" di Giuseppe Verdi. Anche il figlio del professore ha una parte nello spettacolo: meglio, una porticina nel coro… il ragazzo si farà, l'impostazione vocale è buona, per la presenza scenica bisogna lavorarci. Mentre parla, l'uomo si trasforma: i gesti diventano più ampi, anche il corpo sembra acquistare volume e gli occhi brillano felici. La lirica, il suo grande amore! Capace di trasformare una stanza qualsiasi in un palcoscenico teatrale. Una passione talmente grande da eliminare il senso del ridicolo quando inizia ad intonare un'aria dietro l'altra; mancano molte ottave d'estensione, ma non importa. Dove non arriva la voce lo soccorre il desiderio che gli brucia negli occhi, esce così dallo studio, salutando sulle ali del "Madre infelice, corro a salvarti". Resta solo un gran silenzio. - Mamma, da quanto tempo è morto il professor Oliveri?- - Da più di dieci anni credo, era molto malato…- Le trema un po' la voce. Devo stare attento con mia madre, la sua sensibilità non è più controllabile da tempo. Basta poco: una parola, un nome, certe volte un aggettivo, i volti e i ricordi prendono vita e la trascinano via. Adesso è una sera d'agosto asciutta e piena di stelle, qualche amico si è aggiunto a noi per la passeggiata serale tra i templi dorici e lei sta chiacchierando con Pisani e la moglie. Papà li ascolta attento, ci sono anche le figlie, profumano molto e sono molto belle; Pisani si tiene accanto la bambina più piccola, quella nata inaspettatamente sei anni fa. Il professor Pisani parla e spiega con vigore da par suo la condizione di quest'ultima sua figlia e la terapia medica a cui si sta sottoponendo. La bambina segue i gesti del padre con i suoi grandi occhi neri: sorride lieve…anche quando non dovrebbe. - La farò vedere da uno specialista di Palermo. Si risolverà, tutto si risolverà!- E' deciso, come sempre Pisani: stringe a sé la figlia ma gli occhi ed il gesto dicono altro. Raccontano un terribile tormento e una rabbia sorda per un affronto che la vita non doveva fargli. - E poi, mi deve credere, Concetta…- Abbassa il tono. - La battaglia più dura è vincere i pregiudizi della gente.- Mia madre annuisce con affetto, forse pensa, come me, che la vita ha avuto un bel coraggio ad infastidire il professore. Lui è ritto come un fuso, più alto della media, fisico da atleta con larghe spalle e vita stretta, tutto nel suo aspetto mette soggezione: il viso dai lineamenti decisi, il naso grande e affilato, quasi scolpito, i capelli mossi e brizzolati, gli occhi scuri e indagatori. Ma è la voce ciò che più
imbarazza: profonda e quasi senza inflessioni dialettali per lui è un'arma terribile. Parla poco, a scatti, con frasi brevi, asciutte quanto le opinioni che esprime, dure come giudizi inappellabili. Il professore è tale per un titolo conquistato "ad honorem": ha insegnato storia dell'arte durante la guerra ma non ha mai cessato d'esercitare la sua vera professione di scultore, intagliatore del legno e quant'altro. Pisani è un'artista. Guarda il mondo con un certo distacco, il viso burbero celato in parte dal fumo azzurrino dell'immancabile sigaretta. Qualche giorno fa, sfuggito al solito sonnellino postpranzo, in un caldissimo e solitario pomeriggio d'agosto, sono arrivato sulla soglia della sua bottega artigiana. Lui mi ha guardato con un certo cipiglio, però non mi ha detto niente ed io, che sono solo un ragazzino, ho interpretato il fatto come un salvacondotto e mi sono messo a curiosare in giro. La stanza, che s'apre direttamente sulla strada è enorme: un grande emporio di sogni per la mia fantasia. Teste e busti di gesso e pietra, fregi e sculture in legno, odore di cera, di stoffe e di strane vernici, pannelli carichi di lime, scalpelli, punteruoli, raspe e un arsenale di utensili sconosciuti. In un angolo semibuio, poggiato su una lastra spessa di compensato, troneggia un grande modello in legno del tempio E di Selinunte, in avanzato stato di lavorazione. Il modello non è in vendita. Quello è l'angolo di poesia e d'eternità del Professor Pisani. Senza rendermene conto me lo trovo dietro le spalle e mi giro a guardarlo: mentre si toglie di dosso un po' di polvere col dorso della mano sembra non accorgersi della mia presenza e sorride con gli occhi socchiusi. Quindi si accende l'ennesima sigaretta e torna al banco dell'intarsio, al mondo reale e quotidiano, quello dove la sua bambina non avrà speranza. Il the nella tazza è quasi finito, mia madre mi guarda in silenzio ed io non posso dirle nulla perché temo che possa leggermi nel pensiero, non voglio che vi scopra Pisani, la sua bottega e la sua famiglia. Oggi è difficile allontanare la mente dal vecchio paese in collina, forse perché capisco che non ci saranno repliche di questo documentario in bianco e nero. Mio nonno diceva che niente rende meglio il carattere di un viso delle sue sfumature di bianchi, di grigi e di neri. Mio nonno era un fotografo e riempì il paese di visi, congelandoli nel rettangolo di una foto grafia; molti di essi ora dimorano, attaccati a delle lapidi, dalle parti del convento dei Cappuccini. Aveva ragione il fotografo, la brezza leggera che attraversa la grande piazza dove si affaccia il Teatro Selinus e il Palazzo Pignatelli è in bianco e nero mentre sta passando il cavaliere. Lo spazio sorride attorno a lui e non potrebbe essere altrimenti: il cavaliere Vajana ha una simpatia naturalmente fusa ad un garbo squisito. E' sempre vestito in modo impeccabile, sembra uno chansonnier francese dei primi del secolo, abito bianco immacolato, gilet,papillon, bastone da passeggio flessibile, scarpe lucide e paglietta. Non è un vecchio professore di liceo, nemmeno il notaio di famiglia, non è il farmacista e neanche il medico condotto. Il cavaliere Vajana esercita il mestiere di "apparatore", qualcosa che la nostra società, adesso, non riesce neppure a concepire. Egli cura l'addobbo ( l'apparato) delle chiese in occasione di qualsiasi cerimonia, festosa o triste: si occupa di tutto, dalle luci ai fiori
agli arredi e ai tappeti. Quando è soddisfatto del suo lavoro, attraversa la navata centrale della chiesa, esce dal portale e poi rientra per godersi il colpo d'occhio. Pare che ogni cosa fili sempre liscia per lui, ma naturalmente non è così: talvolta, mentre parla o saluta, si guarda attorno con gli occhi stretti a fessura, guardingo. Si è reso perfettamente conto del nuovo corso delle cose e di come il paese non sia più lo stesso. Probabilmente avrà valutato questo nuovo progredire un fatto ineluttabile e ad esso si sia non sottomesso ma neanche opposto, semmai lo abbia un po' ridicolizzato. Per il cavaliere non vale la pena piangere sopra i bei tempi andati; di essi lui è rimasto, probabilmente, l'ultimo testimone e vuole uscire di scena con classe, senza piagnistei. Lasciare un buon ricordo, possibilmente allegro e vitale, questa è l'unica cosa da fare. Ed è appunto ciò che sta facendo, mentre attraversa la piazza vasta e assolata: un gruppo di bambini chiassosi corre appresso ad un maturo signore vestito di bianco. E' uno scherzo…o forse no ma gli si fanno più vicini: i cuccioli rischiano qualche bastonata per il loro ardire? Il signore si ferma e si mette a distribuire a piene mani caramelle con un largo sorriso, poi si muove, allunga il passo per sparire nell'aria tremolante di caldo. Addio cavaliere; ora posso partire anch'io. Il lungo giro dei commiati è terminato. Vado altrove alla ricerca di qualcosa che m'appartenga direttamente, senza mediazioni familiari, che sia esclusivamente mio, qualcosa che mi faccia uscire da questo volano infinito di memorie.

Le foto sono di mio nonno Ignazio Montalto, si trovano in rete grazie al lavoro affettuoso del sigCorseri che ha effettuato le scansioni e sta mettendo in mostra una parte dell'immenso archivio fotografico di famiglia: le potete trovare digitando Castelvetrano EU su Google. La bambina adagiata sulla savonarola è mia madre ( anni 30), il signore canuto è Pisani padre. Il signore in chiaroscuro è mio nonno Ignazio Montalto.

martedì 18 marzo 2025

DIMENTICHIAMO, UN NUOVO MEDIOEVO

Stiamo vivendo un nuovo medioevo, diverso e non meno oscuro del primo. Le antiche paure e superstizioni sono solo apparentemente scomparse sostituite da immaginari falsi e luminosi; la fede profonda che resse l'umanità agli esordi dell'anno mille è quasi scomparsa nella sua ragione sociale diffusa. I roghi brutali su cui incenerirono i nostri peccati di superbia e di potere si stanno riaccendendo in tutta Europa e sono pericolosi quanto i primi.
Nella terra che fu del Cristo e sulla nostra, la croce piantata a difesa e testimonianza di un uomo diverso e figlio del creato, si agitano i demoni della menzogna e della falsa felicità. Noi non educhiamo più i nostri figli all' amore di Dio e del creato: siamo timorosi di uscire dalla grettezza delle nuove tendenze e delle nuove fedi, ci sentiamo ONNIPOTENTI E PADRONI DEL NOSTRO DESTINO. Esso finisce con noi pensiamo, a questa certezza dobbiamo erigere un empio altare su cui sacrificare un millennio di fede e onestà di pensiero. Parliamo continuamente di futuro e, nel mentre, lo stupriamo ad ogni istante del nostro quotidiano. Affermiamo con la nostra vita continuamente che Dio non esiste e non ci rendiamo conto che così non esistiamo neanche noi.

Senza invito ufficiale

Ho ritrovato adesso l’identica infinita lontananza che puntualmente e a cicli mi viene a far visita: Un tempo la chiamavo amore, oggi se mi permetto di farle osservare che non c’è stato un invito ufficiale mi risponde con suprema e altera pacatezza che l’invito è insito nella mia vita, nel mio sogno.

sabato 15 marzo 2025

Terrone

Esaltare la propria terra, difenderla per principio non è gesto equilibrato e nobile sic et simpliciter: è prima di tutto una reazione fisiologica proporzionale all’aria che si respira ormai da tempo in questa Nazione. Maggiore e più insidiosa è la denigrazione continua e argomentata nei confronti del sud tanto più immediata e stizzosa è la mia reazione.

L’opposizione mentale

Sono un vecchissimo sessantottino, sensibile ancora all’istinto della contestazione per motivi “generali”; ho imparato ( come tutta la mia generazione del resto) a mie spese quanto sia indispensabile uscire dai lacrimogeni ed entrare nell’opposizione mentale. Essa non può prescindere dalla conoscenza storica di questo paese e deve prescindere invece dai “muro contro muro” dettati da ideologie vissute come assiomi..

giovedì 13 marzo 2025

NON ESISTE UN LUOGO TRANQUILLO PER UN UOMO AGITATO


Voi pensate che io scappi, invece sto fermo: una parte di me almeno è immobile, fa da volano a quell'altra che ho lanciato in giro per cercare un senso. Non uso una rete a strascico, troppo distruttiva e poco selettiva; piuttosto alcuni emissari, sub esperti, che stanno scandagliando gli abissi. Tornano in superficie e mi fanno un cenno con la testa...finora niente! Io nel frattempo sono stato richiesto dal direttore del liceo di mio figlio, col quale ebbi tempo fa un'accesa discussione di tenore letterario, di tenere una piccola conferenza su un argomento particolare. Ho accettato la "sfida" e sabato mattina davanti ad un'ottantina di ragazzi felici soprattutto di non far lezione, ho parlato e discusso per circa un'ora. Il canovaccio iniziale ve lo posto qui sotto. E' stata un'esperienza vivace, controversa, fondamentalmente positiva ma mi ha convinto che non esiste un luogo tranquillo per un uomo agitato.


 La letteratura siciliana fra lingua e dialetto : un connubio felice.
" Che fosse vigilante se ne faceva capace dal fatto che la testa gli funzionava secondo logica e non seguendo l'assurdo labirinto del sogno, che sentiva il regolare sciabordio del mare, che un venticello di prim'alba trasiva dalla finestra spalancata. Ma continuava ostinatamente a tenere gli occhi inserrati, sapeva che tutto il malumore che lo maceriavadintra sarebbe sbommicato di fora appena aperti gli occhi, facendogli fare o dire minchiate delle quali doppo avrebbe dovuto pentirsi." A. Camilleri, La gita a Tindari, Sellerio Ed. Palermo. Febbraio 2000 
Questo breve e recente estratto d'uno dei più famosi scrittori siciliani contemporanei illustra bene alcune caratteristiche di quella strana e composita creatura che è la letteratura siciliana quando essa si unisce, mescolandosi, al dialetto dell'isola. Perché si manifesti il fenomeno, sono necessari alcuni presupposti : il dialetto in questione deve essere molto antico, deve possedere un vocabolario ricco e articolato, deve infine esserci uno scrittore che inizi ad usarlo in una sua opera senza temere che essa debba perderne in dignità letteraria. Qui non si tratta di scrivere in dialetto qualcosa che potrebbe esserlo in lingua italiana : sarebbe un intervento troppo tecnicistico, fine a se stesso. La letteratura italiana deve molto agli scrittori siciliani, ben più dell'onore del Nobel; deve ad essi argomenti e tematiche originali, introspezione e analisi rigorose nate nel solco di una chiara tradizione europea ma rivissute con spirito nuovo, contaminato da una specifica "insularità", una dichiarazione d'appartenenza europea e continentale pronunciata con accenti mediterranei: il dialetto appunto. Pirandello rivoluziona il teatro italiano e europeo, pone al centro delle sue opere il problema dell'identità umana nella sua faticosa e mai risolta dinamica tra essere ed apparire. Si fa voce di un'Europa che sta per precipitare nel vortice del conflitto mondiale. La voce è in lingua italiana ma il tormento spirituale è tutto siciliano. Il premio Nobel è figlio dell'estremo lembo di costa agrigentina, là dove inizia l'Africa o finisce l'Europa, dipende dall'ottica culturale di chi legge e osserva. Pirandello non mescola, stilisticamente, l'italiano col dialetto siciliano: probabilmente l'etica letteraria del tempo non lo permette. Ma in alcuni casi (Liolà, La giara) scrive o riscrive alcune cose totalmente in siciliano; di solito ciò avviene per i temi più francamente scherzosi o sarcastici.
E' come se il dialetto, in certi casi possa rendere meglio il senso profondo di ciò che si vuol comunicare! Situazione paradossale: uno scrittore premio Nobel per la letteratura ha bisogno di uno strumento "secondario" come il dialetto per dare forma compiuta ad una sua opera? Non è esattamente così o solo così. In realtà esiste per tutti i grandi scrittori siciliani un doppio piano di lavoro e d'ideazione: il primo in genere si colloca al livello degli studi e della cultura ufficiale ed esso fa sempre riferimento alla lingua italiana come distintivo e passaporto di una più ampia comunità intellettuale. Il secondo, più nascosto, resta comunque la linfa primigenia e vitale, il contesto all'interno del quale disporre gli elementi del proprio lavoro artistico. A voler fare una metafora potremmo dire che la partitura è italiana ma la chiave musicale di essa è invece siciliana, dialettale e dona all'esecuzione un timbro, una coloritura assolutamente unica. Visto da un'altra prospettiva questo doppio piano di lavoro potrebbe celare un'intima fragilità, un cronico pericolo d'inficiare la validità artistica non potendo risolversi in alcun modo lo scollamento fra cultura "nobile" italiana e il suo alter ego "volgare" siciliano e dialettale. In effetti, ad un esame superficiale le opere di Pirandello, Sciascia, Quasimodo, Lampedusa ed altri (l'elenco sarebbe molto più lungo) mostrano un dialetto in secondo piano, relegato a momenti particolari, apparentemente meno importanti, delle opere stesse. Quasi che la lingua italiana tenga a bada il dialetto per impedirgli di prendere troppo spazio, troppa libertà sostanziale e stilistica. Si è preferito allora dare al dialetto una sua specifica nicchia, un suo momento d'andare in scena, come dargli un’alternativa di secondo piano dopo avergli negato il diritto d'esser considerato con dignità di lingua ? Non era questa l'idea dei grandi scrittori siciliani.
Essi hanno, chi più chi meno, seguito una strada diversa legata nei tempi e nei modi all'epoca storica in cui hanno vissuto. Alcune opere sono nate e cresciute in dialetto siciliano come unico modo d'espressione o comunque l'unico valido (vedi Liolà di Pirandello); in seguito la trasposizione in italiano è diventato un vezzo, forse una sfida o un gioco intellettuale dal quale il dialetto esce vittorioso e con piena dignità artistica e formale. Altre opere mostrano una miscelazione più diffusa: in esse il siciliano è solo il lievito che affiora in un nome o nomignolo oppure in una breve frase o in una esclamazione particolare. Non potrebbe essere scritto diversamente, piccoli ma imprescindibili momenti senza i quali l'opera intera si trasformerebbe in altro. Possiamo immaginare un Don Lollò pronunciare parole con un accento e un intercalare diversi da quello siciliano nella " Giara" di Pirandello ? Che minatore siciliano sarebbe mai Ciaula senza quel nome e quei versi cupi e rauchi che imitano il gracchiare dei corvi nei cieli dei latifondi di Enna in " Ciaula scopre la luna"? Pirandello descrive la sorpresa, lo smarrimento e poi l'abbandono a qualcosa di più grande e più nobile dell'uomo. Il sentimento , la pace e il mistero dell'esistenza sono universali ma il cielo, la luna, la notte sono siciliani. Senza di essi il racconto sarebbe non diverso, sarebbe altra cosa. I due distinti piani dell'ideazione artistica sono quindi complementari, si muovono e vengono alla ribalta in tempi e modi diversi, non è possibile classificarli in modo prevedibile, non esistono scelte letterarie aprioristiche, i risultati sono visibili solo alla fine. Anzi in alcuni casi è soltanto una lettura ripetuta e approfondita a lasciare nella mente il senso vero e profondo di ciò che lo scrittore voleva trasmettere. In ogni caso, sia a piccole dosi sia in quantità più significative, il dialetto siciliano è indiscutibilmente protagonista nell'opera degli scrittori siciliani e, vista la loro importanza e notorietà, anche nell'immaginario sociale e letterario nazionale. Evidentemente non si tratta di una ragione squisitamente stilistica o formale e neanche di una moda stranamente protrattasi nel tempo. Deve esserci un motivo diverso che ha permesso ai letterati siciliani di raggiungere alte vette artistiche scrivendo in un italiano non approssimativo che però tracima qua e là un altro linguaggio più antico e non meno elevato. Questa è la sensazione che se ne ricava: una lingua che è un italiano per tutti ma palesemente "siciliana" nella misura in cui si riconosce in essa uno spirito, un suono,un periodare che è tipico degli scrittori dell'isola.
Probabilmente l'esempio perfetto di tale concetto lo si ritrova in Pirandello ma la vera novità sull'argomento è invece figlia di quest'ultimo decennio: essa ha un nome e un cognome, Andrea Camilleri. In lui i suoni, i fonemi, la sintassi… la lingua insomma è stravolta, reinventata. Nessuno avrebbe creduto che, al di fuori della Sicilia, qualcuno sarebbe riuscito non tanto ad apprezzare ma anche solo a capire i suoi romanzi. Camilleri, come di regola per i siciliani che scrivono, viene dalla letteratura in lingua italiana. Vi ha vissuto per cinquant'anni e lo ha fatto con grande bravura e dignità, poi improvvisamente ha inventato un personaggio e lo ha fatto parlare, pensare e sentire in dialetto siciliano. Un siciliano del basso agrigentino (le coincidenze storiche!) che si esprime in dialetto ma vive in italiano, nel senso che non soffre di sensi d'inferiorità culturali ed esistenziali nei confronti della lingua ufficiale. Quest'ultima gli è perfettamente nota, se la usa di rado è un fatto di scelta matura, non arrogante o speciosa, ma serena e misurata. Attorno, dentro e fuori ci sono le storie, le emozioni, le idee che potrebbero avere cittadinanza ovunque e ovunque essere comprese ma che, nel caso in specie, hanno un'identità inconfondibile ed isolana. A volte ci si chiede il perché di fatti a prima vista incomprensibili: la fruibilità per un lettore di Torino di un libro scritto in gran parte in dialetto siciliano mescolato ad un italiano ricco ed articolato è ancora un fatto difficilmente spiegabile. Un tessuto linguisticamente irripetibile, una trama misteriosa piena d'essenze nella quale dalla lingua italiana emerge, nei momenti più significativi, il dialetto che puntualizza e definisce al meglio ciò che l'italiano non potrebbe linguisticamente vestire. Non sembri questa valutazione solo un patetico arrampicarsi sui vetri, una valutazione benevola di un ibrido letterario francamente indigeribile: si tratta invece di un fenomeno linguistico frutto di un'evoluzione storica e culturale non sempre facilmente definibile nei suoi tratti essenziali.
Di fatto dal xvIII secolo in poi l'elite culturale siciliana ha sempre guardato fuori, in Francia, Inghilterra, Germania alla ricerca di punti di riferimento meno asfittici di quelli italiani. Per fare un esempio calzante Pirandello si laureò a Bonn, specializzandosi in studi filologici con una tesi sul dialetto di Agrigento! Questa ricerca unitamente al desiderio di sentirsi parte di una comunità più ampia con pari dignità rappresentativa non ha impedito agli scrittori siciliani di lasciare nell'oblio le proprie radici linguistiche e culturali. Così confrontandosi con le "lettere" di altre nazioni anche la lingua meno "nobile" ha trovato una sua ragion d'essere specifica e, nell'alveo più ampio della letteratura italiana, si è definita con una cifra stilistica di valore assoluto e perfettamente coerente all'ambiente socio-culturale che l'ha espressa. Diventa allora più facilmente comprensibile come per gli scrittori siciliani sia quasi naturale passare da una esperienza letteraria italiana ad una siciliana o ibrida senza che vi siano cadute stilistiche legate a forzature linguistiche di qualsiasi tipo. Si potrebbe parlare quindi di una sicilitudine della letteratura italiana, intesa come l'insieme delle forze che da un millennio si agitano nello spirito delle "culture" siciliane e che proponendosi non come scontro di civiltà ma piuttosto come nuova simbiosi culturale ha dato vita a quel felice connubio che ci mostrano le pagine di Pirandello, Sciascia, Lampedusa,Camilleri e tutti gli altri. Un connubio molto fecondo che ha regalato alla letteratura italiana pagine di esemplare pulizia stilistica senza per questo perdere in mordente e originalità.
" Don Fabrizio quella sensazione la conosceva da sempre. Erano decenni che sentiva come il fluido vitale, la facoltà di esistere, la vita insomma, e forse anche la volontà di continuare a vivere andassero uscendo da lui lentamente ma continuamente come i granellini che si affollano e sfilano ad uno ad uno, senza fretta e senza soste, dinanzi allo stretto orifizio di un orologio a sabbia. In alcuni momenti d'intensa attività, di grande attenzione questo sentimento di continuo abbandono scompariva per ripresentarsi impassibile alla più breve occasione di silenzio o d'introspezione, come un ronzio continuo all'orecchio, come il battito di una pendola s'impongono quando tutto il resto tace; e ci rendono sicuri, allora, che essi sono sempre stati lì vigili anche quando non li udivamo." T.Di Lampedusa, Il Gattopardo. Feltrinelli editore 1969
 Nel dialetto siciliano non esiste il tempo al futuro ma esiste la possibilità di guardare al presente e non dimenticare il passato: la Sicilia come gli scrittori che vi sono nati è tuttora una "metafora" dell'Italia e dell'Europa, tutto il male ma anche tutto il bene possibile portato spesso alle estreme conseguenze, anche in letteratura.

mercoledì 12 marzo 2025

TI SCRIVO

Ho trascorso una vita a scrivere anche molto prima di incontrarti e tu non mi hai mai letto. Ci siamo avviluppati per un certo numero di anni in una relazione vissuta, gesticolata, agitata dai nostri umori, urlata a muso duro talvolta. Ma mai scritta. Se ti avessi scritto e tu mi avessi letto avremmo capito prima e meglio, ci saremmo amati sul serio e non ci saremmo sfiniti nell’impotenza di non sapersi parlare. Quando mi fermo e il tempo è meno crudele con me oppure riesco a licenziarlo meglio, tu arrivi sempre e io mi chiedo da dove spunta questa necessità di te cui non vorrei dare significati tali da farti fuggire lontano in modo definitivo. C’è troppo sapore della tua pelle e dei tuoi capelli nella mia testa, troppo suono della tua voce e troppa inguaribile nostalgia dello sguardo che avevi quel pomeriggio lontano. C’è troppa letteratura vera per questo ho deciso di scriverti. Ora sei abbastanza lontana per leggermi senza il fastidio di dovermi poi dire, so per certo che mi leggerai stavolta; non per capire ciò che non serve più capire ormai. Mi leggerai per amarmi senza condizioni e senza un tempo definito, senza il fastidioso imperativo di pensarmi diverso, mi leggerai per come eravamo. E sorriderai, certamente penserai che in molte cose non sono cambiato e che le mie sospensioni esistenziali finiranno per corrodermi del tutto: che importa? Nella lettera non c’è alcuna richiesta solo una constatazione amichevole di incidente amoroso in una stagione che fu comunque nostra, non c’è altro che la traccia inconfondibile di un desiderio espresso, realizzato e poi perduto. In quello che ti scrivo c’è solo quiete, i furori sono un vecchio amatissimo film che forse potremmo rivedere assieme ridendone con le mani allacciate. Non ti scrivo per raccontarti della scrittura, lo faccio per dirti che ti ho amato e sei rimasta tra le righe. Conserva la lettera
 Enzo

martedì 11 marzo 2025

Tutor


Non c’è un concetto più avversato da quelli che nel ’68 avevano 16-18 anni di quello di un tutor, dello stronzo di turno che ti dice cosa e come. E non c’è stata una generazione che, invece, ne avrebbe avuto più bisogno, seduta al limitare fra mondi completamente diversi, divisi da spaccature micidiali, lontani per sempre su tutto.

lunedì 10 marzo 2025

UN GRANDE PECCATORE

Ho colpe pesanti: privilegio il rapporto con il sesso femminile e ciò mi penalizza, non c’era bisogno del web per averne conferma; non sono malleabile, meglio non lo ritengo necessario, quindi urto e ferisco. Cosa c’è di nuovo in tutto questo? C’è che il mio limite sostanziale e formale s’è scoperto limitato e inadeguato alle dinamiche dei blog il cui grado di ipocrisia e violenza, di stupidità spacciata per cultura, mi si è rivelato insostenibile. Da questo concetto ne discende naturalmente un altro: quello di una superbia intellettuale e “sociale” non gestibile senza una muraglia che la difenda da orde di barbari vaganti nella brughiera. Della blogosfera ho in generale una pessima opinione: scarsa sintassi, mediocre letteratura, inciviltà comunicativa a gogò: in pratica lo specchio della nostra società morente. Ma mi piace scrivere, ho eletto la scrittura a mio mezzo privilegiato di comunicazione fin da adolescente e scrivere su un blog è un grande stimolo per me; purtroppo non sono capace di seguire con costanza nessun blogger. In genere leggo con maggior interesse i blog molto distanti dal mio mondo e dalle mie idee: poi mi girano le scatole, dico la mia fuori dai denti e va tutto sottosopra. Le affermazioni iniziali di merito anche se sincere devono poi confrontarsi con il resto, qui il resto è il web e non somiglia neanche lontanamente ad un libro cartaceo. Se, come me, tu scrivi del tuo personale in pubblico ( e il personale quando è vero si sente a naso) nasce il problema di alienarsi dal personale nelle risposte e commentare semmai il nocciolo del discorso portandolo su un piano più generale. Sembra una cosa semplice ma non lo è: così i blog tendono inevitabilmente a scivolare verso la chat e da lì in poi il gioco è fatto soprattutto se il dialogo avviene tra una donna e un uomo. Entrambi sono irresistibilmente attratti dalle rispettive parti maschio-femmina e il blog con un certo tipo di comunicazione diventa sempre più lontano.

domenica 9 marzo 2025

Ciao

Ciao diario virtuale, da qualche giorno ho pubblicato i miei pensieri in altro modo: con l’intenzione, il desiderio ma senza segni scritti. Le strade sono tante, troppe, la pietanza giusta non si trova, che poi non c’è, non c’è mai, esiste solo la fame e tu diario lo sai.

sabato 8 marzo 2025

Efelidi

Non mi liberai ieri dello scandalo d’esistere 
Non lo farò nemmeno oggi 
preferendo la leggerezza di pensare 
ai giorni in cui pesavo poco 
e il viso avevo di lentiggini pieno 
come di papaveri in estate un campo di grano. 
Quel che fui mi trasfigura ogni giorno,
 quel che sono non riesce nemmeno 
ad ingannarmi.

martedì 4 marzo 2025

Una magia


I post che trovate qui sono chiari e non necessitano di fantasiose interpretazioni. Li ho scritti quando ancora credevo che scrittura fosse sinonimo di civiltà e solidarietà (i siciliani lo pensano spesso) ma mi sono reso conto che in rete da noi significa soltanto spocchia di un ben definito colore politico, chi è fuori dal coro è un mentecatto!!! Da questo remoto eremo in cui mi sono rifugiato tutto appare superfluo ma il grande desiderio d’eternità non è scomparso non possono essere le piccole quotidiane mediocrità a soddisfarlo forse un’antica ragazza dagli occhi verdi aperti su inquietanti orizzonti potrà darmene la chiave. Vivo per questo e non ha importanza se sia o meno un’illusione. Io sono andato oltre. Chi può dire cosa siamo veramente, quanto sia rimasto dei nostri cuori, delle nostre sorprese? Questo viaggio non vi darà nessuna certezza… la vita in fondo è una magia.

sabato 1 marzo 2025

Soggettivo

Per la musica, per certa musica, è come per gli affetti e i ricordi del tempo passato: impossibile darne un giudizio obiettivo. E soprattutto inutile. C’è il cuore, la gioia e la malinconia di quella che allora fu sorpresa e tutto questo s’impasta con l’ascolto di oggi, con la “maturità” del presente.